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giovedì 8 ottobre 2009
venerdì 27 marzo 2009
Fasci di Combattimento. 90 anni dopo
Il 23 marzo 1919, a piazza San Seplocro, a Milano, venivano fondati i Fasci di Combattimento, nucleo primigenio di un fascismo, nato dal matrimonio celebrato in trincea, con spirito e sangue, tra futurismo, arditismo e sindacalismo rivoluzionario.
Il suo motto, “me ne frego” era stato scritto, come ebbe a dire Mussolini, sulle bende delle feirte con il sangue delle ferite.
Il fascismo rappresenta, a tutt'oggi, la più giovane, la più recente, la più attuale espressione politica. Nata almeno settant'anni dopo l'ultima espressione precedente, eretica, pragmatica e volta al futuro, la concezione politica fascista è, oggi come ieri, di avanguardia e, oggi come ieri, è la sola ad offrire risposte sia immediate, parziali, episodiche, che sistemiche, organiche e futuribili.
Malgrado una guerra mondiale mossa contro il fascismo e i popolo dal crimine organizzato, dalle banche, dalle oligarchie e dalle mafie, una guerra mondiale che ha prodotto decine di milioni di morti e ha inginocchiato l'Europa e schiavizzato il mondo, ogni giorno che passa il fascismo è più attuale e presenta risposte efficaci e condivisibili al disastro generalizzato. Risposte efficaci e condivisibili che non si fondano sul rifiuto refrattario e codino dell'attualità ma sulla sua trasformazione nel nome di una gestione efficace, volontraistica, etica, spirituale, comunitaria e, soprattutto, virile.
Mentre l'antifascismo boccheggia e agonizza invischiato nei disastri assoluti che ha prodotto e il fascismo si dimostra sempre più attuale e salutare riteniamo utile riproporre il documento storico del suo primo programma. Che, come è proprio della mentalità fascista, è appunto un programma, dunque modificabile, interpretabile e riscrivibile, e non un dogma di eunuchi.
Il seguente atto costitutivo del fascismo venne presentato il 23 marzo 1919 a Milano in piazza San Sepolcro da cui prese il nome.
Milano 23 Marzo 1929 - FONDAZIONE DEL FASCISMO ITALIANO
Italiani! Ecco il programma di un movimento genuinamente italiano. Rivoluzionario perché antidogmatico; fortemente innovatore antipregiudiziaiolo. Per il problema politico noi vogliamo:
a) suffragio universale a scrutinio di lista regionale, con rappresentanza proporzionale, voto ed eleggibilità per le donne.
b) Il minimo di età per gli elettori abbassato a 18 anni; quello per i deputati abbassato a 25 anni.
c) L'abolizione del Senato.
d) La convocazione di una assemblea Nazionale per la durata di tre anni, il cui primo compito sia quello di stabilire la forma di costituzione dello Stato.
e) La formazione di Consigli Nazionali tecnici del lavoro, dell'industria, dei trasporti, dell'igiene sociale, delle comunicazioni, ecc. eletti dalle collettività professionali o di mestiere, con poteri legislativi, e diritto di eleggere un Commissario Generale con poteri di Ministro.
f) L'elezione popolare di una magistratura indipendente dal potere esecutivo.
PER IL PROBLEMA SOCIALE, NOI VOGLIAMO:
a) La sollecita promulgazione di una legge dello Stato che sancisca per tutti i lavoratori la giornata legale di otto ore di lavoro.
b) Minimi di paga.
c) La partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori al funzionamento tecnico dell'industria
d) L'affidamento alle stesse organizzazioni proletarie (che siano degne moralmente e tecnicamente) della gestione di industrie e servizi pubblici.
e) La rapida e completa sistemazione dei ferrovieri e di tutte le industrie dei trasporti.
f) Una necessaria modificazione del progetto di legge di assicurazione sulla invalidità e sulla vecchiaia abbassando il limite di età, proposto attualmente a 65 anni, a 55 anni.
PER IL PROBLEMA MILITARE, NOI VOGLIAMO:
a) L'istituzione di una milizia nazionale con brevi servizi di istruzione a compito esclusivamente difensivo e il disarmo generale.
b) La nazionalizzazione di tutte le fabbriche di armi e di esplosivi.
c) Una politica estera nazionale intesa a valorizzare, nelle competizioni pacifiche della civiltà, la Nazione italiana nel mondo.
PER IL PROBLEMA FINANZIARIO, NOI VOGLIAMO:
a) Una forte imposta straordinaria sul capitale a carattere progressivo, che abbia forma di vera espropriazione parziale di tutte le ricchezze.
b) Il sequestro (confisca) di tutti i beni delle congregazioni religiose e l'abolizione di tutte le mense vescovili che costituiscono una enorme passività per la Nazione e un privilegio di pochi.
c) La revisione di tutti i contratti di forniture di guerra ed il sequestro dell'85% per cento dei profitti di guerra.
d) La gestione cooperativa della produzione agricola e la concessione della terra ai contadini.
Il suo motto, “me ne frego” era stato scritto, come ebbe a dire Mussolini, sulle bende delle feirte con il sangue delle ferite.
Il fascismo rappresenta, a tutt'oggi, la più giovane, la più recente, la più attuale espressione politica. Nata almeno settant'anni dopo l'ultima espressione precedente, eretica, pragmatica e volta al futuro, la concezione politica fascista è, oggi come ieri, di avanguardia e, oggi come ieri, è la sola ad offrire risposte sia immediate, parziali, episodiche, che sistemiche, organiche e futuribili.
Malgrado una guerra mondiale mossa contro il fascismo e i popolo dal crimine organizzato, dalle banche, dalle oligarchie e dalle mafie, una guerra mondiale che ha prodotto decine di milioni di morti e ha inginocchiato l'Europa e schiavizzato il mondo, ogni giorno che passa il fascismo è più attuale e presenta risposte efficaci e condivisibili al disastro generalizzato. Risposte efficaci e condivisibili che non si fondano sul rifiuto refrattario e codino dell'attualità ma sulla sua trasformazione nel nome di una gestione efficace, volontraistica, etica, spirituale, comunitaria e, soprattutto, virile.
Mentre l'antifascismo boccheggia e agonizza invischiato nei disastri assoluti che ha prodotto e il fascismo si dimostra sempre più attuale e salutare riteniamo utile riproporre il documento storico del suo primo programma. Che, come è proprio della mentalità fascista, è appunto un programma, dunque modificabile, interpretabile e riscrivibile, e non un dogma di eunuchi.
Il seguente atto costitutivo del fascismo venne presentato il 23 marzo 1919 a Milano in piazza San Sepolcro da cui prese il nome.
Milano 23 Marzo 1929 - FONDAZIONE DEL FASCISMO ITALIANO
Italiani! Ecco il programma di un movimento genuinamente italiano. Rivoluzionario perché antidogmatico; fortemente innovatore antipregiudiziaiolo. Per il problema politico noi vogliamo:
a) suffragio universale a scrutinio di lista regionale, con rappresentanza proporzionale, voto ed eleggibilità per le donne.
b) Il minimo di età per gli elettori abbassato a 18 anni; quello per i deputati abbassato a 25 anni.
c) L'abolizione del Senato.
d) La convocazione di una assemblea Nazionale per la durata di tre anni, il cui primo compito sia quello di stabilire la forma di costituzione dello Stato.
e) La formazione di Consigli Nazionali tecnici del lavoro, dell'industria, dei trasporti, dell'igiene sociale, delle comunicazioni, ecc. eletti dalle collettività professionali o di mestiere, con poteri legislativi, e diritto di eleggere un Commissario Generale con poteri di Ministro.
f) L'elezione popolare di una magistratura indipendente dal potere esecutivo.
PER IL PROBLEMA SOCIALE, NOI VOGLIAMO:
a) La sollecita promulgazione di una legge dello Stato che sancisca per tutti i lavoratori la giornata legale di otto ore di lavoro.
b) Minimi di paga.
c) La partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori al funzionamento tecnico dell'industria
d) L'affidamento alle stesse organizzazioni proletarie (che siano degne moralmente e tecnicamente) della gestione di industrie e servizi pubblici.
e) La rapida e completa sistemazione dei ferrovieri e di tutte le industrie dei trasporti.
f) Una necessaria modificazione del progetto di legge di assicurazione sulla invalidità e sulla vecchiaia abbassando il limite di età, proposto attualmente a 65 anni, a 55 anni.
PER IL PROBLEMA MILITARE, NOI VOGLIAMO:
a) L'istituzione di una milizia nazionale con brevi servizi di istruzione a compito esclusivamente difensivo e il disarmo generale.
b) La nazionalizzazione di tutte le fabbriche di armi e di esplosivi.
c) Una politica estera nazionale intesa a valorizzare, nelle competizioni pacifiche della civiltà, la Nazione italiana nel mondo.
PER IL PROBLEMA FINANZIARIO, NOI VOGLIAMO:
a) Una forte imposta straordinaria sul capitale a carattere progressivo, che abbia forma di vera espropriazione parziale di tutte le ricchezze.
b) Il sequestro (confisca) di tutti i beni delle congregazioni religiose e l'abolizione di tutte le mense vescovili che costituiscono una enorme passività per la Nazione e un privilegio di pochi.
c) La revisione di tutti i contratti di forniture di guerra ed il sequestro dell'85% per cento dei profitti di guerra.
d) La gestione cooperativa della produzione agricola e la concessione della terra ai contadini.
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domenica 22 febbraio 2009
Futurfascismo

Tre colonne all’apertura della prima pagina del quotidiano parigino “Le Figaro”, il 20 febbraio 1909, erano occupate da un grande articolo, intitolato Le Futurisme. Con la effe maiuscola, come si deve al nome di qualcosa di molto importante. Seguivano una entusiastica presentazione del movimento e il suo manifesto, per intero fino alla firma di Filippo Tommaso Marinetti. Quel quotidiano era il più autorevole e diffuso di Parigi, circolava negli ambienti del potere, nelle ambasciate e arrivava anche all’estero. Fra le sue firme si erano letti i nomi di Emile Zola, Marcel Proust, André Gide, George Sand, Guy de Maupassant, Octave Mirbeau, Théophile Gautier. Il manifesto del futurismo era uscito due settimane prima (5 febbraio 1909), ma in Italia, per la prima pubblicazione, aveva dovuto contentarsi della cronaca letteraria di un quotidiano bolognese minore, “La Gazzetta dell’Emilia” (in Emilia, il foglio leader era già “Il resto del Carlino”). Il chiasso verrà dopo, su tutti i giornali italiani.
Filippo Tommaso Marinetti veniva da Alessandria d’Egitto, dove era nato il 22 dicembre 1876 perché suo padre vi esercitava la professione legale, che aveva fatto ricca la famiglia. Ma chi era realmente Marinetti? Il teorico di una nuova arte? Il precursore delle avanguardie del ‘900? Un rivoluzionario? Un abile promotore di sé? Un mistificatore? Un matto? C’era forse un po’ di tutti questi elementi. Però, quella parte che ha caratterizzato le arti figurative del ‘900, proprio nel suo movimento aveva fatto i suoi passi, talvolta decisivi. Questo non lo si voleva dire. Di Marinetti, si preferiva ricordarne solo le estrosità stravaganti. Se vogliamo vedere serenamente il nesso culturale fra Marinetti e gli esordi dell’arte moderna, dobbiamo leggere il libro di Giordano Bruno Guerri, Filippo Tommaso Marinetti. Invenzioni, avventure e passioni di un rivoluzionario, scritto senza boria e oscurità professorali, ma solidamente documentato (Mondadori ed., pp. VI-338, euro 20). Quanto a Marinetti, si può ricordare che il libro non è limitato alla sua personalità artistica, ma del fondatore del Futurismo fa conoscere anche le vicende personali e familiari.
Quando un’idea e un sistema politico vengono sconfitti, si usa mandare all’inferno tutto quello che vi ha ruotato intorno: arte, cultura, persone. Così è successo anche col Futurismo, perché il fondatore, Marinetti, aveva fatto coincidere la sua vita personale e politica con l’intera stagione del fascismo. Di lui, cassazione totale dunque, senza volerne conoscere la storia. Tutto liquidato. Si era persa così la possibilità di ricordare che in quel movimento avevano operato i nomi più significativi delle arti figurative del ‘900 italiano: Carlo Carrà, Giacomo Balla, Umberto Boccioni, Gino Severini. Erano le firme del manifesto della pittura futurista, che aveva abolito l’immagine e la prospettiva, introducendo la visione da più punti di vista che voleva esprimere il dinamismo. Quelle regole, nei fatti, hanno dominato per decenni le arti figurative, andando ben al di là del nostro Paese perché ci furono persino un futurismo russo e ungherese. L’elenco dei futuristi non si limita ai nomi che abbiamo ricordato. Il gruppo degli artisti milanesi si trasferì a Roma, a fondare il “secondo futurismo”, e poi il terzo. I nomi, nei vari campi, furono quelli di Mario Sironi, Enrico Prampolini, Ardengo Soffici, Bruno Munari, il maestro delle espressioni nuove del design e della grafica. Non si trattò dunque di una ventata passeggera, né fu limitata alle arti figurative. Scorreva intanto la storia del fascismo, più che ventennale per Marinetti. Il futurismo ne fu espressione artistica, e Marinetti volle seguire Mussolini fino a Salò. E allora? Gli aspetti, per Marinetti, sono due: quello artistico e quello politico. La vita non si riesce quasi mai a studiarsela a tavolino in anticipo, con calcolo e freddezza. Ci sono passioni forti che possono accompagnare nelle scelte. C’è chi sente il bisogno di coerenza con sé e col proprio passato, come dev’essere stato per Marinetti. Così può succedere di andarsene a dare testimonianza politica fino al fascismo morente. Dannandosi per il resto dei tempi. Onesta, viva, appassionata, ampia, documentata con grande scrupolo è la biografia che Giordano Bruno Guerri ha dedicato a Marinetti. Egli ha riportato alla luce un dannato. Due volte dannato, nell’arte e nella politica.
Nico Perrone
Professore dell'Università degli Studi di Bari
fonte: noreporter.org
mercoledì 11 febbraio 2009
80 ANNI FA IL CONCORDATO
L'11 febbraio 1929 Benito Mussolini chiudeva, per il momento, quel contenzioso Stato-Chiesa che ci trascinavamo da oltre mezzo secolo. I Patti laternanensi vennero siglati con un Pontefice avversario, quel Pio XI che oltralpe aveva recentemente scomunicato l'Action Française, cattolicissima e apostolicissima, per compiacere quella massonica Repubblica orientata a sinistra che stava moderando la sua politica riguardo gli averi vaticani. Il Papa delle encicliche antitedesche, quello dell'opposizione antifascista a tutto campo, non aveva esitato a scarificare sull'altare dell'opportunismo i suoi fedeli francesi così come solo qualche mese dopo gli accordi con l'Italia si sarebbe lavato disinvoltamente le mani del sangue dei Cristeros in Messico. Fu con quest'uomo, Capo di Stato molto più che Sacerdote, che venne siglato il Concordato. Nel solco di un precedente napoleonico, con la chiara visione dantesca di separazione delle funzioni, in una conciliazione d'intenti e di civiltà. Né più né meno di quanto ottant'anni prima aveva cercato di fare la Repubblica Romana. L'intento era chiaro: sottrarre la nostra nazione e il nostro popolo a quella volgare opposizione tra fazioni dogmatiche e intolleranti cui abbiamo tornato ad assistere ai giorni nostri e che particolarmente ha ammorbato l'aria durante la tragedia di Eluana. Se Pio XI aveva ben altre mire, Mussolini cercò invece una vera e propria conciliazione che desse “a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. Il che appare esplicito dalla decisione presa sui matrimoni: lo Stato considerava validi quelli compiuti in Chiesa, mentre la Chiesa, ovviamente (il contrario sarebbe assurdo) non lo faceva per quelli celebrati in Comune. Di fatto ciò attestava la superiorità civile e amministrativa delle Istituzioni rispetto alla Chiesa cui veniva riconosciuta l'autorità religiosa. Come immediato effetto dei Patti, il Duce proibì l'ostentazione sul territorio italiano delle bandiere bianche e gialle di uno “Stato straniero” e, per ribadire sia la sua profonda convinzione filosofica che l'autonomia politica dello Stato, sei giorni dopo, il 17, nell'anniversario del suo sacrificio al rogo, intese commemorare Giordano Bruno. Dall'11 febbraio in poi iniziò così una lunga parita a scacchi o se vogliamo un duello di fioretto tra il Vaticano, che accusava il fascismo d'indottrinare i giovani e di fornire loro una sua mistica, e lo stesso fascismo che proseguiva la sua via di virilità. Il conflitto fu di poteri, di filosofia e di mistica ma non divenne mai una polarizzazione (che sarebbe stata opposta alla vocazione fascista) tanto che la saldatura tra cattolicesimo e fascismo avvenne spessissimo senza che con ciò fosse minimamente penalizzata qualunque componente non cattolica, anticlericale e perfino pagana interna al movimento e al partito. Mussolini seppe unire anche per l'occasione il pragmatismo ad un vero e proprio intendimento tradizionale. E' per questo che tutte le interpretazioni, favorevoli o contrarie, date al Concordato sia da parte dei neoguelfi che dei mangiapreti sono completamente inesatte. Il Concordato a livello di base popolare, riuscì e non fu troppo frainteso. Certamente poiché gli obiettivi reali dello Stato e del Vaticano erano assolutamente divergenti tra loro, a livello di alto clero la fronda fu più o meno continuativa. D'altronde Mussolini cercava di rendere miracolosamente alla Chiesa quel ruolo dignitoso e valido cui proprio il Vaticano l'aveva sottratta durante il Sacro Romano Impero e provò a farla convivere con un'idea di nazione cui essa è ontologicamente estranea. Farlo poi in Italia dove il potere della Chiesa è, storicamente, avverso e proporzionalmente inverso a quello dello Stato era davvero un'opera difficilissima. Ma il Duce amava le imprese ardue e poteva provarci, visto che era riuscito perfino a far sì che ci facessimo rispettare ovunque.
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